Io e Leopardi. Storia di una grande passione

Caro Giacomo, la prima volta che ci siamo incontrati è stato per il piacere o, per meglio dire, per la Teoria del piacere. Era il periodo tra il 12 e il 25 luglio del 1820. Avevi circa 22 anni e già ti era chiaro il segreto della felicità: non cercarla, perché quella assoluta non esiste. Certo, ti ho risposto subito che, per quanto mi riguarda ho avuto la fortuna di incontrarla nelle persone che mi hanno accolta ed amata. Tu, invece no. Chissà quante volte avrai desiderato che Adelaide, tua madre, ti abbracciasse e ti dicesse che tu eri unico, solo perché suo figlio e non perché avevi il dono meraviglioso di leggere e interpretare il mondo con gli occhi scevri da illusioni. In verità, la prima a vedere il crollo delle sue illusioni è stata proprio lei, la fanciulla dagli occhi di zaffiro splendenti e intelligenti, velati da una pensosa malinconia, quando appena diciottenne ha varcato la soglia di casa Leopardi.

Ma tu questo non lo sapevi e hai affrontato con lucidità il tuo dolore, convinto di essere il solo a sentire il lacerante dissidio tra ciò che eri e ciò che avresti voluto essere, tra il luogo che ti opprimeva (il natio borgo selvaggio) e il mondo che immaginavi esistesse al di là dei limiti che gli uomini, il tempo e la natura ti imponevano. Hai percepito subito che la bellezza della vita è nell’attesa dei momenti, ma che, quando questi ultimi si realizzano, perdono il gusto che ne caratterizza l’anelito. Hai trovato conforto nella contemplazione della natura e ti sei smarrito nell’infinito svolgersi delle sue stagioni.

Anche in questo siamo simili. Il tuo colle e il mio mare sono il nostro limite, al di là del quale si può anche scegliere di vivere una banale quotidianità, senza conoscere il brivido del volo sulle ali della facoltà immaginativa, che, se pur consolatoria, è la più autentica ancora di salvezza.

Purtroppo, però, è evidente che si tratta solo di un’illusione che, sgretolandosi, ci impone di spalancare gli occhi e di accettare l’arido vero. È lacerante, ma non esiste altra via per sopravvivere.

Bisogna guardare nello specchio della verità, giungere alla consapevolezza che non siamo il centro dell’universo e che, come creature in mezzo alle creature, dobbiamo accettare il nostro destino.

Piccoli e fragili di fronte all’imponenza di una natura che non ci arreca volontariamente il male, ma che spesso è essa stessa vittima del nostro esasperato ed esasperante antropocentrismo, viviamo come in una storia d’amore a senso unico, attribuendo all’amato le colpe delle nostre insoddisfazioni.

“Perché non rendi poi quel che prometti allor/ perché di tanto inganni i figli tuoi?”

Nonostante tutto, continuiamo a correre, affaticarci per giungere inevitabilmente all’abisso orrido, la morte liberatrice che fa risplendere la virtù oscurata dal disadorno ammanto.

In realtà, come tu ben chiarisci, nulla ci è stato promesso. Abbiamo voluto interpretare dei segni a nostro vantaggio, ravvisare languidi sguardi laddove non ci sono neppure i segni del rifiuto, ma la costatazione della pura e semplice indifferenza della natura inconsapevole.

A questo punto non ci rimane altro che prendere consapevolezza di quello che siamo.

E ciò avviene alle pendici del Vesuvio sterminatore. Sulle lande desolate del nostro dolore si spande il profumo dell’umile ginestra, che ci ricorda quanto siamo effimeri.

Spesso mi sono chiesta: e se tu, Giacomo, avessi conosciuto il volto di un amore più grande, quello del mio Dio, che tutti abbraccia e consola, per naufragare nell’immensità della sua misericordia?

Forse, al di là del corpo, avresti visto l’anima, avresti percepito l’eternità.

Ma entrambi sappiamo bene che il vero amore non idealizza, accoglie l’altro così com’è.

Perciò, non ti giudico, ma ti amo per quello che sei, perché, proprio come la tua flessibile ginestra, mi ricordi ogni giorno che uno spirito nobile è quello che ha il coraggio di sollevare i propri occhi mortali contro il destino comune.

 

Con affetto
Giuseppina

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