Le cose che bruciano

“Quarantotto anni, non è l’età perfetta?”

 Nell’incipit del racconto di Michele Serra emerge a chiare lettere un quesito che, se adattato all’età di ciascuno noi, ben si sposa con quello che gli antichi greci definivano il kairòs, il momento giusto.

Sì, il momento che stiamo vivendo è proprio quello giusto per cambiare vita, laddove per cambiamento dobbiamo sicuramente intendere la volontà di operare scelte significative senza rimpianti e, soprattutto, senza condizionamenti.

“Dicono che avrei potuto diventare un ministro. Forse anche capo del governo”

 

Pubblicato da Feltrinelli – Aprile 2019

Genere: Narrativa

Pagine: 171

Prezzo € 15,00

Il protagonista del libro, Attilio Campi, racconta il suo passato, quello che egli era; ma, in particolar modo, ci descrive la sua metamorfosi da uomo impegnato politicamente (forse anche troppo, fino ad essere inviso persino ai suoi compagni di partito per un progetto di legge sulle divise scolastiche) a uomo di campagna, scelta radicale vissuta anche attraverso la rinuncia alla pensione di parlamentare.

“E dunque via, all’aperto, chiusa la porta di casa e spalancata quella della terra.”

In un’alternanza di narrazioni, che coinvolgono passato e presente, ripercorre alcune tappe della sua carriera politica, “conformista e anacronistica”, come egli stesso lascia intendere, sottolineando gli aspetti troppo diretti ed arroganti del suo carattere.

Ma è proprio questa che da lui viene definita “un’esperienza formativa”, che lo conduce da un’aggressività quasi parossistica a “sgonfiarsi”.

E come avviene ciò?

“Senza averlo voluto né previsto, nel fresco delle tenebre avvertii come una meravigliosa decontrazione di tutto il corpo. Sfinito dalla tensione, il mio corpo aveva stabilito da solo che era indispensabile allentarsi, ritrovare morbidezza, liberarsi dal rissante che lo abitava, ovvero me. Respiravo di nuovo, non per merito mio ma respiravo come se avessi appena cominciato a farlo, respiravo così bene…”

In pratica, si tratta di una guarigione e, in quanto tale, è tata determinata da alcuni farmaci, primo fra tutti la dimenticanza.

“Contavo sul fatto che dimenticandomi dell’odio, l’odio si sarebbe dimenticato di me. Ha funzionato.”

E così, Attilio Campi abbandona la carriera politica ed opta per la vita agreste a Roccapane, nome fittizio di un “cucuzzolo”, pur nella consapevolezza che perderà l’autonomia economica a vantaggio della salvezza del corpo, che egli, ad un certo punto, definisce più prudente dell’anima, in quanto “più capace di stabilire che cosa conta e che cosa no. Il mio corpo mi soccorse, il mio corpo mi salvò.”

Tra il taglio della legna e una partita a tressette, tra i rumori della natura e i ricordi della vita passata, s’insinua una riflessione sugli esseri umani, divisi in due categorie: i nobili e gli ignobili, e parte un flashback in cui il protagonista rivive la fase della sua trasformazione in imbuto e, chiaramente, essendo la sua vita ancora in corso, non può dire se o quando tracimerà.

Di particolare rilievo appare la digressione sull’acqua. Il lettore sembra quasi percepire l’odore della terra bagnata, mentre il protagonista disquisisce sulla necessità di avere un criterio sociale quando si annaffia, perché

“non è quella pianta, è il collettivo vegetale, è il giardino, è l’orto, è il mondo che attende la tua cura.”

Punto cruciale dell’opera è una sorta di correlativo oggettivo tra l’ingombro fisico delle cose, accumulate negli anni da se stesso e dai propri cari, e i pesi del cuore, un flusso imponente di oggetti e di memorie che non è umanamente possibile governare. La soluzione: dare tutto alle fiamme e, quando non rimane altro che cenere, non cedere ai rimpianti, perché:

“Tornare indietro è impossibile, recriminare inutile. Bisogna inchinarsi al tempo che passa. Passiamo insieme a lui, e prima ce ne facciamo una ragione, meno doloroso sarà quando qualcuno, tra una manciata di anni, brucerà con pieno diritto le nostre vecchie cose.”

 

Ma come la mettiamo quando ci accorgiamo di aver bruciato anche l’unica cosa che meritava di sopravvivere, per far chiarezza nella nostra esistenza, proprio quando la vita potrebbe dare risposte inaspettate?

Giusto per tirare ancora in ballo i Greci! Dietro l’angolo ci può sempre essere un aprosdoketon, un finale a sorpresa.

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017), Le cose che bruciano (2019) e Osso (2021, con le illustrazioni di Alessandro Sanna). Fonte: Feltrinelli Editore

 

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